16 marzo 2011
Negli uffici pubblici il crocifisso non si tocca
14 marzo 2011
Il testamento di Shahbaz Bhatti
"Il mio nome è Shahbaz Bhatti. Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia.
Fin da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nel sacrificio, e nella crocifissione di Gesù. Fu l’amore di Gesù che mi indusse ad offrire i miei servizi alla Chiesa. Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani del Pakistan mi sconvolsero. Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico.
Mi sono state proposte alte cariche al governo e mi è stato chiesto di abbandonare la mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa: "No, io voglio servire Gesù da uomo comune".
11 marzo 2011
Che sorpresa, è Quaresima ma l'Italia non se n'e accorta
(di Mario Giordano- tratto da "Il Giornale")
09 marzo 2011
La mia scuola privata, spalancata sul bene del sapere ben più di quella pubblica
Ma lo spirito pubblico che sta tanto a cuore alla prof torinese e ai severi progressisti democratici cofirmatari dell’appello di Repubblica, si coltiva benissimo anche studiando in una scuola privata. Il ministro Gelmini, ormai, parla solo di scuole statali e di scuole paritarie, sussumendo entrambe nella categoria del pubblico. Giusto. Ai miei tempi, invece, c’erano la scuola pubblica e la scuola privata parificata. E io che dall’asilo alla maturità ho sempre frequentato scuole private, e anzi ho dovuto farlo per motivi politici, vi garantisco che per nutrire il senso dello stato, l’adesione spontanea al civismo, il rispetto dei valori della democrazia liberale non ho avuto bisogno di farmi indottrinare da un professore barbuto, da un militante antifascista duro e puro che leggeva il manifesto, teneva lezione sull’“Antologia di Spoon River”, consigliando ai suoi scolari la lettura di don Milani, se andava male, o degli scritti giovanili di Karl Marx, se andava bene.
I miei professori erano suore. A cominciare da suor Maria Cecilia, gli occhi azzurri e il viso butterato dall’acne giovanile. Era una Piccola Ancella del Sacro Cuore e mi ha insegnato a leggere, a scrivere, a fare di conto, a perdermi con la fantasia, dopo aver studiato gli antichi egizi sul sussidiario, sognando di giocare ai faraoni, nelle buche di sabbia scavate dalla pioggia nella pineta di Monte Mario. A dieci anni, trattandosi di scegliere le medie, mi decisi per le Ancelle del Sacro Cuore, perché molte delle mie compagne di gioco andavano lì. Una scuola bellissima, che oggi non esiste più. Anni fa, il villino in liberty e gli edifici moderni che ospitavano le aule della media, dei due licei, classico e linguistico, le camere delle interne, poiché era anche un collegio, e quelle delle suore vennero venduti insieme al bel giardino su Villa Balestra. Da allora varie generazioni di professioniste donne, giudici, avvocati, scrittrici, manager, persino un’astronauta, la prima in Italia (Barbara Negri) e molte madri di famiglia passano davanti al cancello chiuso dei Monti Parioli, con una stretta al cuore, perché la loro scuola non c’è più. Fu lì infatti che negli anni Settanta frequentarono il liceo parificato, studiando Kant e le guerre di religione con madre Giuditta Federici, la protesta di Leopardi secondo Walter Binni con madre Dolores de Bernardiis, la struttura del Dna con la mitica Puglielli, che era laica, e l’“Alcesti” con Nicola Santoro, grecista pugliese, anche lui laico, e le leve di terzo tipo con Silvia Spaziani, e Botticelli e Sironi con Francesca Romana De Marco, “l’unica vergine di Roma”, come lei stessa si professava, indifferente ai nostri scherzi feroci. Fuori da quel giardino delle bambine viziate c’era la contestazione, ma per noi era la festa della matricola, gli scioperi, ma per noi erano goliardie; c’era mio fratello Berto, che non poteva entrare a Mamiani, e una mattina si trovò fra i “fasci” ostaggio di un gruppo di “compagni” che minacciosi roteavano in aria le catene della moto, col casco calato sul viso. Per questo io, unica figlia femmina di un paria, neofascista ma parlamentare del Msi, dovendo scegliere il ginnasio venni tenuta lontana dalla scuola pubblica. In compenso, imparai un metodo, il gusto e la fatica di studiare, l’allegria di conoscere. A scuola nostra, l’unica politica era non fare politica. Mai decisione si rivelò più liberatoria.
(di Marina Valensise)