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17 novembre 2010

La predica di Biffi al politico smemorato sulle leggi razziali


Con il suo intervento sulle vergognose leggi razziali nel quale ha criticato la Chiesa per non aver reagito, Gianfranco Fini ha rivelato «i suoi gratuiti preconcetti e la sua singolare disinformazione». Lo scrive il cardinale Giacomo Biffi, 82 anni, arcivescovo emerito di Bologna, una delle menti più acute dell’episcopato italiano degli ultimi decenni, che vive da oltre un lustro ritirato e silente (dopo aver lasciato la guida della diocesi, nel dicembre 2003, non ha mai più rilasciato interviste) sulle colline della città felsinea.
È una delle tante parti aggiunte o riscritte dell’autobiografia del porporato, Memorie e digressioni di un italiano cardinale (Edizioni Cantagalli, pagg. 688, euro 25), in libreria nei prossimi giorni. Un libro che attraversa la Storia e la storia della Chiesa del Novecento. Una delle pagine ampliate riguarda le leggi razziali e la reazione cattolica. Il cardinale ha voluto aggiungere un riferimento al presidente della Camera, pur senza nominarlo direttamente. Ne indica però la data di nascita. «C’è stato recentemente chi (dall’alto di una delle massime cariche dello Stato) – scrive Biffi – in un intervento pubblico del tutto immotivato, ha parlato di un deplorevole silenzio della Chiesa in quella circostanza. Certo, essendo egli del 1952, ha l’attenuante che all’epoca non era ancora nato; ma ha l’aggravante di aver voluto ciò nonostante intervenire nel merito, rivelando al tempo stesso i suoi gratuiti preconcetti e la sua singolare disinformazione».
L’arcivescovo emerito di Bologna, quando ha scritto questa pagina, non poteva sapere della crisi di governo che proprio il presidente della Camera avrebbe aperto dopo la nascita del suo nuovo partito, Futuro e libertà. E dunque sarebbe del tutto improprio attribuire a Biffi interventi a gamba tesa nel (confusissimo) agone politico. Ma è certo che il cardinale non ha digerito le parole pronunciate da Fini il 16 dicembre 2008, a Montecitorio, inaugurando un convegno per i settant’anni da quell’infamia nazionale con la quale il fascismo cercò di mettersi in pari con l’alleato di Berlino. Il presidente della Camera in quella occasione aveva affermato che «l’ideologia fascista da sola» non bastava a spiegare «l’infamia» e c’è da chiedersi «perché la società italiana si sia adeguata, nel suo insieme, alla legislazione antiebraica e perché, salvo talune luminose eccezioni, non siano state registrate manifestazioni di resistenza. Nemmeno, mi duole dirlo, da parte della Chiesa cattolica».
Il giorno dopo, una nota pubblicata su L’Osservatore Romano rilevava: «Di certo, sorprende e amareggia il fatto che uno degli eredi politici del fascismo — che dell’infamia delle leggi razziali fu unico responsabile e dal quale pure da tempo egli vuole lodevolmente prendere le distanze — chiami ora in causa la Chiesa cattolica. Dimostrando approssimazione storica e meschino opportunismo politico».
In effetti il Papa Pio XI fu l’unica autorità a pronunciarsi pubblicamente contro il «Manifesto della razza» nel corso di tre discorsi, e il Vaticano, attraverso i suoi canali diplomatici, fece il possibile per arginare le leggi razziali. Ci furono certo differenziazioni, reazioni distinte, atteggiamenti tiepidi, ma è innegabile la contrarietà della Chiesa.
Nella sua autobiografia, prima dell’affondo contro Fini, il cardinale Biffi rievoca i fatti di quei giorni del 1938 che l’avevano «profondamente colpito» benché non avesse ancora undici anni. E ricorda: «Si levò a Milano una voce – era la prima e rimase l’unica – che ebbe il coraggio di prendere apertamente le distanze da tanta follia. Il 13 novembre il cardinal Schuster dal pulpito del duomo di Milano, per l’inizio dell’Avvento Ambrosiano, pronunciò un’omelia che fin dalle prime parole, invece di richiamare il contesto liturgico, affrontò sùbito l’argomento che più lo preoccupava: “È nata all’estero e serpeggia un po’ dovunque una specie di eresia, che non solamente attenta alle fondamenta soprannaturali della cattolica Chiesa, ma materializzando nel sangue umano i concetti spirituali di individuo, di Nazione e di Patria, rinnega all’umanità ogni altro valore spirituale, e costituisce così un pericolo internazionale non minore di quello dello stesso bolscevismo. È il cosiddetto razzismo”».
È difficile oggi, continua Biffi, «rendersi conto dell’impressione suscitata da quelle parole di critica nei confronti del pensiero e comportamento di un governo che, ormai da decenni, non tollerava neppure la più tenue espressione dissonante. Esse non rimasero confinate entro la pur solenne atmosfera di una cattedrale affollata: furono stampate nella Rivista Diocesana Milanese e, due giorni dopo che erano state pronunciate, divulgate ne L’Italia, il quotidiano cattolico che entrava nelle nostre case». Schuster non fu lasciato solo: «Da parte del Papa arrivò un messaggio a firma del segretario monsignor Carlo Confalonieri: “Il Santo Padre esorta il cardinale di Milano a sostenere con coraggio la dottrina cattolica, poiché non si può cedere su questo punto, né il giornale L’Italia può cambiare indirizzo”...».
«Ero solo un ragazzo – conclude – ma da quella vicenda ho capito quale fortuna “laica” e razionale sia, quando sopraggiunge l’ora della generale pavidità e del conformismo accondiscendente, la presenza nel nostro paese della Chiesa del Dio vivente, colonna e fondamento della verità». Una memoria da ravvivare, secondo il porporato di origini ambrosiane, soprattutto al presidente della Camera, dopo il suo «intervento pubblico del tutto immotivato».

(di Andrea Tornielli- tratto da "Il Giornale")

10 novembre 2010

La Chiesa non si fida del capo laicista del Fli

Quelle di Fini sono posizioni da partito radicale di destra. Ma tra lui e Pannella, preferisco l’originale...». La battuta di Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione sussidiarietà, può ben sintetizzare la diffidenza di diversi esponenti del mondo cattolico di fronte alle posizioni di Gianfranco Fini, che domenica, da Bastia Umbra, aveva detto di volersi allineare agli standard europei sulla tutela delle famiglie di fatto, definendo il Pdl come il movimento politico «più arretrato» d’Europa «sui diritti civili».Dichiarazioni che ieri sono state affrontate nella risposta a una lettera dal direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, il quale ha osservato come «il “partito moderno” anzi “futurista” di Gianfranco Fini, ultima evoluzione della destra post-fascista, sta rivelando di portare nel suo Dna qualcosa di strutturalmente e - per quanto ci riguarda - di inaccettabilmente vecchio: la pretesa radicaleggiante di dividere il mondo in buoni e cattivi, in arretrati e progrediti culturalmente, sulla base di una premessa e di un pregiudizio ideologico».Tarquinio scrive che il sottofondo delle parole del presidente della Camera ricordano «le sicumere dell’anticlericalismo», e «una certa Italia liberale in tutto e con tutti tranne che nei confronti dei cattolici». «Un retorico elogio della confusione, all’insegna del più piacione dei relativismi», conclude il direttore del quotidiano della Cei, che dopo aver ricordato come Fini voglia «ridurre la “famiglia tradizionale” a una possibilità, a una mera variabile in un catalogo di desideri codificati» e abbia invece osteggiato la legge sul fine vita che voleva scongiurare «la surrettizia e anti-umana introduzione di pratiche eutanasiche nel nostro ordinamento», invita «i potenziali interlocutori politici» del presidente della Camera - leggi l’Udc - a tenerne conto. «Penso che quelle di Fini siano posizioni da partito radicale di destra - spiega al Giornale il presidente della Fondazione sussidiarietà Vittadini -. Se per dire che i diritti civili sono avanzati bisogna essere portatori di una concezione ridotta dell’uomo, che tra l’altro non appartiene alla storia del popolo italiano, beh, questo lo abbiamo già sentito dire da Marco Pannella. E io preferisco l’originale, perché Pannella è almeno motivato da una sua idea di uomo. Nel caso di Fini non si capisce quali siano le radici di queste posizioni, se non quelle di una certa destra anticlericale e vecchia».«Con tutti i suoi limiti personali, dei quali si è parlato ampiamente anche negli ultimi giorni, Berlusconi è riuscito a tenere l’alleanza Pdl e Lega su posizioni accettabili per il mondo cattolico», sottolinea Carlo Costalli, presidente del Movimento cristiano lavoratori. «Le posizioni che Fini ha preso negli ultimi anni, da quella sulla legge 40 a quella sul fine vita, sono pericolose - aggiunge - e lontanissime da noi. Il presidente della Camera rischia di fare il cavallo di Troia per quanto riguarda i temi eticamente sensibili». «E Casini - conclude Costalli - che ci tiene alla matrice cattolica del suo partito, dovrebbe considerare improponibile un’alleanza con Fini».«Spiace notare - aggiunge Riccardo Bonacina, direttore editoriale di Vita, il giornale del no profit - che Fini sia la controfigura di giochi che si decidono altrove. È espressione del politically correct, ma non riesco a capire con quale credibilità».«Mi sembra che il fatto che la nostra Costituzione riconosca il valore specifico della famiglia fondata sul matrimonio - fa notare il sociologo Luca Diotallevi, vicepresidente delle Settimane sociali - non sia un principio che toglie diritti ad altre persone ma stia a indicare invece il valore sociale fondamentale di questa istituzione». «Noi insistiamo sulla famiglia come soggetto sociale - gli fa eco il presidente del Forum delle famiglie, Francesco Belletti - e ci fondiamo sull’articolo 29 della Costituzione. Le altre sono libertà individuali che nulla hanno a che fare con la famiglia». Netto anche il giudizio di Marco Invernizzi, delegato di Alleanza Cattolica al Forum: «Il cardinale Bagnasco ha ripetuto ancora una volta che i principi non negoziabili sono il criterio dell’unità politica dei cattolici e delle loro scelte elettorali. Quello che va dicendo, e non da ieri, Gianfranco Fini sui temi etici non ci va bene». Infine, anche il segretario della Cei, Mariano Crociata, da Assisi ha detto che nel valutare le prese di posizione e iniziative del mondo politico «l’interesse maggiore» per i vescovi «è culturale» e sui valori.