
19 ottobre 2010
Ciò che ci scandalizza non è il male ma il perdono

10 ottobre 2010
Adesso la famiglia fa più paura del mondo
Tutti noi abbiamo i nostri bravi vizietti, le nostre amabili debolezze, le nostre «propensioni sessuali» (o d'altra natura), e commettiamo i nostri peccatucci sotto cui spesso si aprono voragini che cerchiamo di non guardare. Tutti abbiamo i nostri scheletri nell'armadio. Però - finché non ci scoprono con le mani nella marmellata - possiamo permetterci di condannare o - che forse è peggio - di «capire».
Allora, a che serve uno scrittore? A trattenere, forse, qualche immagine, magari per paragonarla a qualche altra immagine che conserva in sé. La prima immagine è fatta di solitudine. Quella dei vivi, come la povera bambina di Cairo Montenotte, che forse sa balbettare qualche piccola parola, ma che non può avere le parole per dire quello che le accade, mentre si trova in balia di questo ragazzo. Quella dei morti, come la povera Sara, gettata in un pozzo pieno d'acqua mentre la madre si domanda dove sarà mai, e mille fotografie orribili le passano davanti agli occhi della mente. Ho conosciuto una madre che ha perso il figlio diciassettenne nel lago, urtato accidentalmente da un motoscafo e poi perso in quelle acque, morto, per tre giorni prima che fosse ritrovato.
Perché è vero che sono corpi senza vita, ma è del corpo che noi abbiamo bisogno, è il corpo che desideriamo stringere, per questo ai cristiani l'immortalità dell'anima interessa molto meno della resurrezione della carne. Che m'importa se la tua anima vive, papà, che m'importa, zio Gianni, zia Iose, Marcello, che m'importa, nonni miei carissimi, se non potrò più stringervi tra le mie braccia?
Ma stringere tra le braccia una persona... questo sì è il problema. Ci hanno insegnato che possiamo avere qualunque cosa desideriamo, che la felicità è la soddisfazione dei propri desideri e che tutti ne abbiamo diritto. Ma ci hanno insegnato anche che il nostro desiderio coincide con il nostro istinto, e questo falsifica tutto. Quel farabutto dello zio di Sara, quel mentecatto del ragazzo di Cairo Montenotte hanno cercato proprio questo: di possedere quello che credevano di desiderare. E hanno visto dissolversi nel nulla quello che credevano di possedere - di stringere, appunto, tra le braccia -: quello che avrebbe dovuto essere amato, rispettato, curato. Tutto ridotto a nulla. Da questi casi orribili, specchiandomi in essi, imparo una cosa semplice: che noi, oggi, niente conosciamo meno dei nostri desideri. Non sappiamo più che cos'è un desiderio. Ci crediamo realisti perché pensiamo che uno possa desiderare stuprare una bambina o violentare la propria nipote, e non ci rendiamo conto che, dicendo queste cose, scegliamo solo la via più comoda. Crimini come questi nascono dal «non» fare i conti con il proprio desiderio. Se facessimo i conti con il nostro desiderio, faremmo i conti anche con Dio, perché questa voglia di amore e di bellezza che ci stringe il cuore non è opera nostra. Ma questo è il passo più duro per tutti. «Gli uomini non hanno paura del male» mi disse una volta un amico psicanalista «ma del bene». Ed è così.
(di Luca Doninelli- tratto da "Il Giornale")
08 ottobre 2010
L'infinito bisogno di giustizia è una ferita

"La nostra esigenza di giustizia. È senza confini. Senza fondo. Tanto quanto la profondità della ferita. Incapace di essere esaurita, tanto è infinita. Per questo è comprensibile l’insofferenza, perfino la delusione delle vittime, anche dopo il riconoscimento degli errori: nulla basta per soddisfare la loro sete di giustizia. È come se toccassimo un dramma senza fondo.Da questo punto di vista, gli autori degli abusi si trovano paradossalmente davanti a una sfida simile a quella delle vittime: niente è sufficiente per riparare il male fatto. Questo non vuol dire scaricarli della responsabilità, tanto meno della condanna che la giustizia potrà imporre loro. Non basterà neanche scontare tutta la pena.(...)".
Per questo anche quelli più esigenti, più accaniti nel pretendere giustizia, non saranno leali fino al fondo di se stessi con la loro esigenza di giustizia, se non affrontano questa loro incapacità, che è quella di tutti. Se questo non accadesse, soccomberemmo a una ingiustizia ancora più grave, a un vero “assassinio” dell’umano, perché per poter continuare a gridare giustizia secondo la nostra misura dovremmo far tacere la voce del nostro cuore. Dimenticando le vittime e abbandonandole nel loro dramma".Nulla potrà restituirci la cara Sarah. E la nostra esigenza di giustizia non sarà soddisfatta realmente nemmeno da dieci ergastoli. Occorre un giustizia più grande.E c'è.
(riflessione tratta dal sito "Anna Vercors")